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"Il mistero del Gran Sasso" - PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
lunedì 20 aprile 2009
ImageAvevo la testa per aria. Guardavo quel soffitto in pietra, una volta teatro di botti ribollenti di mosto, di uva in appassimento sui graticci, di quel torchio con toghe ammantate di muffa, di quelle damigiane impagliate dove il vino rosso formava una schiumetta, più morbida del bagnetto di mio figlio.
Guardavo quelle volte a crociera, mentre mentalmente incolonnavo i risultati per prevedere il futuro dei bianconeri. La sveglia ticchettava, dallo scurino la luce della notte chiedeva permesso, Shaggy in giardino si cimentava in lugubri ululati a tempo, dal sinistro presagio.
 Un vacillo, un altro, le bottigliette di profumo ad incocciarsi come birilli. Poi quella cantina di una volta, adattatasi a camera da letto, che balla violentemente mentre da colonna musicale la fa un boato sordo, come un corale lamento, e il cuore che batte come un forsennato, come nave senza comando.
E mentre cerco di capire chi sia questo invincibile nemico, vecchio come la storia della terra, ritorno a quell’angoscia di 37 anni or sono mentre avevo le mani serrate a mo’ di pugni, l’una sovrapposta all’altra e reggevo la mia testolina, sempre immersa nei sogni di bambino, allo spigolo del tavolo della cucina mentre di fronte ad un Radiomarelli a tre manopole, mi aiutavo nella concentrazione su Tarzan, quell’eroe sempre verde che tentava di attraversare il fiume di quella foresta lontana, abitata da belve feroci.
Erano le 17,03 di un malinconico pomeriggio di novembre quando scoprii il terrore dell’ignoto, che ancora sconcerta ma nello stesso tempo rende affascinante quell’irrisolto mistero chiamato terremoto e che sostituì, nella mente, le fantastiche avventure del nostro eroe domenicale.
Mi guardai intorno cercando il caldo e confortante abbraccio materno che spiegasse il perché di questa natura che
crudelmente si esprimeva. Ed intanto le ceramiche andavano in pezzi, qualche calcinaccio mi sfiorò; gli ospiti del tè della stanza accanto, cercando riparo sotto le travi, difendevano, misteri della mente umana prigioniera della paura, vacui effetti personali. Ed io dietro di loro, confuso, riportato alla cruda realtà al decimo anno di vita, dopo aver vagato fino allora dentro un mondo che mai esisterà.
Per questo conosco il terremoto che ci ha intristito anche perché lo abbiamo sentito nostro; l’Aquila è qui, il Gran Sasso, le cui viscere nascondono il perchè di tanta tragedia, ci saluta ogni volta che apriamo le nostre persiane, la commistione con il vicino Abruzzo, con cui condividiamo di tutto, ci impone di mescolarne anche il loro dolore.
 Ecco perché ai conti per la salvezza non abbiamo più pensato. E quando l’abbiamo trovata fatalmente la scorsa notte, dopo l’ennesimo miracolo di Colomba, ne è scivolato addosso l’effetto miracoloso.
Comunque di mirabilia si tratta. Quello che ha compiuto Colomba credo si possa equiparare alle tante gesta storiche della ultrasecolare storia dell’Ascoli Calcio. Dalla promozione in due anni dalla C alla A di Carlo Mazzone, della salvezza della matricola dopo l’1-0 di Colautti sulla Lazio scudettata, dell’Ascoli dei records di Mimmo Renna, al quarto posto di G.B. Fabbri,ai quattro anni consecutivi di seria A alla fine degli anni ’80,al ritorno in serie B dopo sette, interminabili anni, fino al campionato di A, da incorniciare, di Marco Giampaolo.
Ritengo che questi protagonisti siano da esibire nella galleria di questa società blasonata, come nelle grandi casate che espongono, con vanto, i ritratti dei loro avi  nelle sale ampie, dai soffitti affrescati.
Colomba merita questa prestigiosa collocazione non solo per i 39 punti in 18 partite, per le 12 vittorie,tre pareggi e solo tre sconfitte, ma per aver recuperato giocatori alla frutta, per aver dato il senso di squadra a prescindere dai giocatori, per aver vinto e convinto anche con mezza squadra sul lettino dell’ortopedico, per aver inventato Belingheri finta punta, per aver dato una solidità al centro del campo tanto da blindare la difesa che rischia sempre poco, per aver trasmesso la sua calma serafica a tutti.
L’Ascoli, prima dell’Ancona e dopo la penalizzazione, aveva un piede e mezzo in serie C, lo ribadisco, ed ero convinto che rappresentava la più seria candidata alla retrocessione, soprattutto per motivi ambientali. Dopo tre mesi può stare in panciolle,su di una comoda sdraia, con le mani conserte dietro la nuca a guardare gli altri affannarsi.
A Parma è andata come è andata ma l’Ascoli  può ancora divertirsi a far prendere paura a qualcuno, con la lingua di fuori, che ritiene i play off assicurati. Non crederò mai a traguardi diversi dalla salvezza e comunque nulla toglierà ad un tecnico che difficilmente la piazza vorrà perdere.
Al punto da ritenere che forse il vero traguardo dell’Ascoli sarà quello di tenersi un allenatore stretto ed aprire finalmente un ciclo serio, dopo la clamorosa sottovalutazione di Giampaolo.
La vera partita per Benigni sarà questa. Lasciare Colomba significherebbe ritornare ai tristi refrain, ai mugugni, all’impopolarità strisciante ora oscurata da questo mirabolante girone di ritorno.
 Intanto godiamoci questa salvezza che vale una promozione, visto che diversamente sarebbe stata non solo serie C ma una ecatombe ambientale e societaria dagli effetti devastanti.
Come quelli, di ben più triste portata, che troviamo negli occhi tristi e nelle lacrime dei nostri fratelli abruzzesi. Ed abbiamo il dovere di ricordarcene, soprattutto dopo,tra qualche settimana, quando si spegneranno le luci della funesta ribalta televisiva.
L’Aquila è parte di noi perchè abbiamo nel cuore quel  monito, ci pare dell’8° grado, che ci costrinse a passeggiare la sera per le vie della città nel 1972. Ma noi ci sentiamo privilegiati, non dormimmo sotto le tende tra il freddo ed il fango perchè abbiamo Sant’Emidio e l’indistruttibile travertino. Quell’anno, il nostro Paradiso potè attendere. La speranza è che se lo godano un pezzetto anche loro su questo mondo tra qualche mese, anche se rimarrà, impietosa, un terra tremebonda.
 
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